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Allons enfants

Solo per dire quant’è grande la confusione sotto al cielo persino sull’austero Corriere della Sera. A proposito della crisi di governo francese, oggi Polito in prima pagina considera Montebourg il testimone della solita sinistra socialdemocratica, tutta deficit e tasse, proprio mentre il governo Hollande sarebbe impegnato nella realizzazione delle fondamentali riforme liberali, strutturali, ecc. senza le quali ormai non si parla più di politica: “Lei sta facendo riforme strutturali e/o liberali? No? Allora stia zitto e faccia il vetero comunista, lì, in un angolo!”. Jean-Marie Colombani, appena due pagine dopo, critica l’atteggiamento della sinistra (sempre Montebourg e Filippetti), che preferirebbe la demagogia della opposizione alla responsabilità di governo; di Hollande invece dice che “la sua linea politica dovrebbe poter contare sulla frazione riformista del partito socialista, ma anche sul centrosinistra e sul centrodestra. Questa politica, detta socialdemocratica” (sic!), perché “cerca soluzioni per due emergenze, il risanamento dei conti pubblici e il rilancio della competitività delle imprese allo scopo di creare nuova occupazione, potrebbe essere l’oggetto di un programma di governo di due anni, con l’appoggio di una grande coalizione”. Colombani, tuttavia, si dimostra pessimista sull’esito, e ritiene che alla fine Hollande dovrà contentarsi di un riordino generale del paese (le famose riforme) sperando che almeno porti i suoi frutti. Almeno.

Dunque è un ‘socialdemocratico’ Montebourg perché vorrebbe tornare all’età dell’oro socialdemocratica fatta di deficit e di tasse (Polito). Ma lo è pure Hollande, perché dovrebbe intraprendere un piano di risanamento dei conti e anche di rilancio del sistema industriale (Colombani). Così come, d’altronde, è un ‘renziano’ Valls e lo è per certi media anche Montebourg, che invoca una reazione all’austerità merkeliana similmente al premier italiano. Persino Hollande vorrebbe fare come Renzi, anche se non può certo inimicarsi la Merkel (dice Polito). E d'altra parte le riforme sono l’unica panacea post-socialdemocratica della sinistra (Polito, ancora) ma rappresentano il confine stretto in cui si muove Hollande, che dovrebbe essere invece un tantino più socialdemocratico (Colombani, appunto). E magari pure più renziano. O più liberale. O più ‘riformista’. O di centro, e perché non anche di sinistra. Una specie di Che Guevara dei conti pubblici: la rivoluzione riformista, e via con gli ossimori. La confusione, dunque, è sì nelle parole (che cosa vuol dire ‘socialdemocratico’ oggi? Che cosa sono le ‘riforme’? Che ne resta della politica da quando è ostaggio della comunicazione?) ma ancor più nella pratica, nelle scelte quotidiane o di lunga lena, e persino nei media, nei commenti che ospitano, nelle oscillazioni continue di senso e di significato dei termini e dei concetti, nell’uso facilone che si fa delle parole e dei concetti stessi, e nell’uso facilone che si fa, soprattutto, della politica. Nell’idea che vi siano alcune parole o termini chiave stagionali da sondare e consumare sino in fondo (crescita, riforme, rottamazione, nuovo) solo perché la povertà dei pensieri è sempre più abissale e non è in grado di produrre vere e utili argomentazioni.

C'è oggi una specie di demagogia del pensiero che è peggiore di quella politica. È per questo che si salta da un carro all’altro, perché si ritiene che la politica si riduca a quei carri, che la politica sia solo dei vincenti, che il compito dei luogotenenti sia quello di ripetere a pappardella le formule del Capo, che si sia nel diritto di cambiare opinione se si ritiene che sia ora quella vincente, e che il resto siano solo dei gufi, degli schifosi uccelli del malaugurio o dei vecchi sfigati a cui non è più giusto concedere alcuna chance. Visto che non hanno colto l’opportunità vera generosamente offerta, ossia saltare sul carro e finire per premio sulle copertine di ‘Chi’.

 

Pubblicato il 26/8/2014 alle 10.38 nella rubrica Politica.

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